Crítica: Manas — Mariana Brennand Fortes (2025)

da Medium

Dec 23, 2025

Marcielle ha 13 anni e vive con la sua famiglia in una comunità lungo il fiume sull’isola di Marajó, nello Stato del Pará. Nutrita dai racconti di sua madre, idealizza il destino della sorella maggiore, Claudinha, che ha lasciato l’isola dopo aver “trovato un brav’uomo” sui traghetti che attraversano la regione. Man mano che cresce, Marcielle vede queste fantasie svanire e inizia a rendersi conto, anche se senza riuscire a definirlo chiaramente, delle violenze e degli abusi che attraversano la vita delle donne che la circondano.

Per quanto io sia solito mettere sempre in discussione un film indagando su come la sovrastruttura si articola con il problema filmico, in questo caso specifico mi permetto di dissentire, almeno in parte, dalle letture dei colleghi che affermano che queste dimensioni non siano presenti in Manas.

Il film parte da un presupposto molto chiaro: la narrazione è guidata dallo sguardo di una bambina. E una bambina non coglie queste strutture in modo coerente, organizzato o concettuale. L’abuso, quindi, non appare in modo diretto o didattico, perché tutto è filtrato dall’esperienza di questa bambina, dalla sua incapacità di dare un nome, comprendere e organizzare ciò che la attraversa. Compresi i colpevoli che si aggirano nello spazio in cui lei è inserita socialmente ed economicamente. È lì, solo che non in modo esplicito.

Spetta a noi, adulti seduti in sala, fare questo lavoro di interpretazione. Siamo noi che dobbiamo puntare il dito contro i colpevoli, il machismo, l’abuso sistematico, le contraddizioni economiche e sociali che sostengono e perpetuano questi cicli. All’interno della logica interna del film, tutto ha senso. Compreso il finale, che non cerca una conclusione morale o un conforto, ma la coerenza con questo punto di vista.

I film di denuncia esistono per un motivo. Ed è profondamente frustrante che la discussione su Manas sia stata ridotta a una guerra su chi dovrebbe o non dovrebbe rappresentare il Brasile agli Oscar. Si tratta di un film che denuncia un problema reale, capace di suscitare dibattiti e, potenzialmente, azioni concrete per interrompere queste dinamiche di violenza. E lo fa in modo formalmente rigoroso e sensibile, partendo da una chiara scelta di prospettiva, sostenuta con fermezza dalla regista fino all’ultima inquadratura.

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