La violenza che non si vede in ‘Manas’
Con sensibilità e schiettezza, ‘Manas’ di Marianna Brennand, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, raffigura gli abusi strutturali in una comunità amazzonica sotto lo sguardo di una ragazza, e rende il silenzio un potente dispositivo narrativo per esporre traumi e resistenza.

Ci sono film che non raccontano solo storie, ma le scavano. A Manas, il film d’esordio di Marianna Brennand, il cinema è convocato come strumento di ascolto e denuncia, ma anche come strumento di affetto e memoria. Proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, dove è stato premiato, il film è ancorato in una premessa tanto delicata quanto urgente: come rappresentare, senza ricorrere a traumi visivi, l’esperienza di abusi vissuti dalle donne in isolate comunità lungo il fiume dell’Amazzonia? La risposta di Brennand è estetica, etica e profondamente sensoriale.
La narrazione è costruita dal punto di vista di Tielle (Jamilli Correa), una ragazzina di 13 anni che vive con la sua famiglia in una modesta casa sulle rive del fiume, sull’isola di Marajó. A prima vista, la vita di tutti i giorni è segnata da gesti di routine: andare a scuola, aiutare la madre nelle faccende domestiche, giocare con i fratelli più piccoli. Ma presto lo spettatore si rende conto che questa vita quotidiana è attraversata da ragadi invisibili, che rivelano una rete di violenza strutturale. L’infanzia di Tielle è una zona di costante tensione – è sul bordo dell’abisso, anche quando sorride.
Brennand opta per una messa in scena contenuta, che si basa sulla forza delle ellissi e degli inespressi. L’abuso, il tema centrale del film, è raramente nominato e mai mostrato graficamente. La regista si allontana dal sensazionalismo e punta sulla suggestione, il disagio che emana da occhi pesanti, lunghi silenzi, l’angoscia che insinua nei corpi. Il film costruisce un linguaggio del trauma che è sia moderazione che urgenza.
In questo senso, la performance di Jamilli Correa è fondamentale per il successo del film. La sua Tielle è un personaggio complesso, fatto di sfumature contraddittorie. Sebbene dimostri una maturità precoce di fronte alla violenza, non smette mai di essere una bambina – disegna con entusiasmo, ride con la sorellina, si augura l’attenzione del padre. Lo spettatore segue, in tempo reale, il processo di disintegrazione di questa infanzia, eroso dall’esperienza degli abusi e dal patto di silenzio che circonda la comunità.
La scelta di Brennand di situare la trama in una comunità isolata nella regione amazzonica non è casuale. Manas, vincitore del premio per il miglior film brasiliano del Festival Internazionale del Cinema di San Paolo (2024), rivela come l’isolamento geografico costringa al silenzio delle vittime. Non c’è violenza, ma struttura: donne abusate da familiari e uomini in navi commerciali, in scambi segnati da una logica di sfruttamento e sottomissione. La scuola, in una tesi di emancipazione, è anche complice di cancellazione: libri di testo con alcune pagine pinzate – proprie quelle che si occupano del corpo femminile, della sessualità e del diritto alla conoscenza.
La madre di Tielle, Danielle (Fátima Macedo), incarna in modo struggente la figura della donna zittita. La sua passività di fronte a ciò che viene imposto a sua figlia può, a prima vista, suggerire connivenza. Tuttavia, Brennand evita le prove facili: Danielle è anche vittima di un sistema di oppressione e paura, segnato da esperienze traumatiche che non trovano mezzi di elaborazione. Il dolore materno, in questo contesto, non urla: implode. Ed è proprio questa implosione che conferisce densità al personaggio e rende la sua presenza così inquietante.
La direzione della fotografia, firmata da Pierre de Kerchove, punta su piani chiusi e riprese ravvicinate, generando un senso di claustrofobia e confinamento. La natura esuberante della regione è costantemente contraria al sentimento di prigionia che domina i personaggi. La foresta e il fiume, lungi dall’essere metafore della libertà, diventano testimoni silenziosi di un ciclo brutale che si ripete tra le generazioni.
Il montaggio, segnato da pause e tagli secchi, rafforza l’impatto emotivo della narrazione. Non c’è un facile sollievo, non c’è una catarsi redentrice. Manas non offre soluzioni: propone, al contrario, il confronto del disagio, l’immersione nel non-detto, il riconoscimento del dolore come esperienza collettiva. Il titolo del film – Manas – è, di per sé, un richiamo ad ascoltare tra le donne, alla costruzione di reti di cura e solidarietà dove prima c’era solo silenzio.
Al termine della proiezione, una dedica alle donne che hanno ispirato il film – e a chi ha raccontato la propria storie – riecheggia come manifesto politico e poetico. Marianna Brennand non solo denuncia, dà forma a un ascolto attivo, etico, che rifiuta la spettacolarizzazione della violenza e scommette sul potere dello sguardo infantile come catalizzatore per il cambiamento.
Manas è quindi un film che dà fastidio e si mobilita. Un raro gesto cinematografico, che incontra bellezza e resistenza anche nelle crepe più oscure di una realtà brutale. E questo ci ricorda, con feroce delicatezza, che rompere il silenzio è anche creare altre possibilità per il futuro.
